Il vero e il falso

Ero alla manifestazione di sabato scorso. Non l’avevo deciso, ma passando per caso alle due e mezzo in piazza Esedra (piazza della Repubblica, ufficialmente), vedendo una quantità inimmaginabile di giovani donne e giovani uomini (dai 13-14 ai 30 anni e più), ho sentito risvegliarsi in me un senso di ingiustizia per la solitudine in cui li lasciamo vivere. Ho poi seguito lo spezzone di Rifondazione Comunista, partito cui non sono mai appartenuta, il cui comportamento, quel giorno, mi ha colpita proprio per il modo di rapportarsi alla massa di giovani, trattandoli da veri adulti/vere adulte, ma con la necessaria protezione rispetto al macello che stava succedendo a piazza San Giovanni, sicuramente innescato da violenti, ma gestito dalla polizia del nostro paese nel modo più inetto, se non delinquenziale, che io abbia visto (replica ancora meno “giustificata” di quanto accaduto al G8 di Genova). Ho letto di recente un libro che parla di noi anziani – ho 65 anni – e di come possiamo vivere la vecchiaia, ribaltando il terrore che circonda il decadimento cognitivo, legandoci invece alla comunità in cui viviamo e da lì traendo gioia e lucidità mentale. Ne cito una frase, come incoraggiamento per me e per voi a non lasciare in solitudine le generazioni da cui dipende – in fin dei conti – il nostro futuro.

IL MITO DELL’ALZHEIMER

“L’invecchiamento è un progetto, un lavoro di arte esistenziale, una storia che si continua a scrivere finché non è più possibile farlo”. (Peter J.Withehouse, Il mito dell’Alzheimer – Quello che non sai sulla malattia più temuta del nostro tempo – Cairo editore). Withehouse è stato uno dei più grandi studiosi della “malattia”, di cui ora contesta la semplice esistenza, come fenomeno a parte dal normale decadimento cognitivo, è stato consulente per 25 anni delle case farmaceutiche, per le quali ha prodotto ricerca per i principali farmaci contro l’Alzheimer (che, sostiene, non servono). Il punto su cui W. fa lèva sin dall’inizio del libro è che dobbiamo costruire una “nuova narrazione culturale” che scalzi il mito dell’Alzheimer. Lo stesso penso per la nostra vita in Italia e nel mondo, oggi.

 

L’IMMAGINAZIONE NARRATIVA

Scrive Withehouse: “L’immaginazione narrativa – cioè la capacità di fare dei racconti – è uno strumento fondamentale del nostro pensiero. La maggior parte del nostro sapere e delle nostre idee viene organizzata in forma narrativa. Le storie sono quindi per noi il modo principale per dare un significato al presente, guardare al futuro e pianificare e realizzare la nostra vita.” E anche: “Un uomo (una donna, n.d.r.) è sempre un narratore di storie: vive circondato dalle storie sue e di altri; vede attraverso di esse tutto ciò che gli succede, e cerca di vivere la propria vita come se stesse raccontando una storia.” Possiamo credere alle nostre storie, smontando i ” miti” che ci stanno richiudendo come in una prigione. La maggior parte di essi, se non tutti, sono di natura puramente commerciale.

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Commenti: 5
  • #1

    Davide (mercoledì, 19 ottobre 2011 11:40)

    Ciao Nadia, non so se ricorda ma ci siamo incontrati in piazza davanti santa maria maggiore (se non mi sbaglio?) in ogni caso volevo salutarla, sto guardando ora il suo blog dalla facoltà di scienze politiche di Torino è molto interessante.
    Qua tra gli studenti non si parla d'altro in questi giorni di quello che è successo sabato..il maggior sentimento è delusione!
    Speriamo in bene, la saluta Beatrice!

  • #2

    nadiatarantini (mercoledì, 19 ottobre 2011 12:38)

    Certo che mi ricordo Beatrice, come non potrei? l'incontro con te, Davide e l'altro ragazzo di cui non so il nome è stato molto bello; tra l'altro siete stati voi a "salvarmi" dal finire dritta dritta in bocca ai caroselli della polizia e alle fiamme. Capisco la delusione ma, come disse una volta il giudice D'Ambrosio, bisogna: resistere, resistere, resistere...e non perdere gioia e creatività, nonostante tutto! Spero che rimarremo in contatto, iscriviti alla NL così la riceverai regolarmente. Un abbraccio a te, Davide e le/gli altre/altri

  • #3

    Rosalba (giovedì, 20 ottobre 2011 16:20)

    Cara Nadia,
    proprio qualche giorno fa mi sono trovata a parlare di favole e di storie raccontate dai vecchi nelle stalle, durante le lunghe sere invernali.
    Le particolarità di quei racconti erano due:
    la prima è che non erano mai uguali a se stessi. Chi raccontava era di solito uno dei più vecchi (io ho avuto la fortuna di conoscere un vero affabulatore) e le storie cambiavano di volta in volta incorporando la vita vera al loro interno. E la mente di questi vecchi era all'erta, pronta a ricevere, durante il racconto, l'input di un sussulto da parte degli ascoltatori.
    La seconda caratteristica era la paura. Le storie erano "brutte", mettevano paura, spesso finivano male. Insomma, insegnavano che non arriva il cacciatore ad aprire la pancia del lupo, ma è Cappuccetto Rosso che deve stare attenta a non farsi mangiare.
    A partire da non so quando, abbiamo raccontato a questi giovani che tutto finisce bene, che arriva sempre qualcuno a salvarti. Il che non è mai vero. Meno male che tanti si sono svegliati e altri si sveglieranno da questa favola tossica!
    Un abbraccio

  • #4

    Laura (mercoledì, 02 novembre 2011 10:55)

    Ciao Nadia
    scusa la notazione di servizio ma solo ora mi sono accorta che dovevo cliccare su "blog" per trovare tutte queste cose che scrivi.... Si potrebbe fare la scritta del menu un po' più chiara? magari anche altri come me sono un po' "cecati"....
    P.s. ma che gli hai fatto alla Ray Ban? :-))))

  • #5

    nadiatarantini (lunedì, 07 novembre 2011 19:43)

    Laura, quanto sei spiritosa!...Rayban è uno spam che mi arriva un giorno sì e un giorno no, resisto perché non voglio moderare il mio blog...ma se continua...(mi spiace, le scritte del menu in Jimdo - molto facile da usare anche per le ignoranti come me - sono come sono)