RITRATTO DI MIA MADRE

ROSA DOPPIA SUL TERRAZZO DI CARSOLI
ROSA DOPPIA SUL TERRAZZO DI CARSOLI

 

Per Bruna

(5 giugno 2003 –

5 giugno 2012)

Ha occhi bistrati di una luce naturale, più fonda nei contorni, che disegnano due piccole mandorle regolari. La fiamma che brilla al centro delle pupille si agita con un pulsare intermittente che dà vita all’intero volto. Muove il capo a brevi scatti d’uccello – io penso, come nella canzone, ad una capinera. Le mani sono bellissime e affusolate, anch’esse percorse da un moto perpetuo che ne disperde l’eleganza in gesti casuali. Sta seduta sempre sul bordo del divano, accucciata in se stessa e allo stesso tempo protesa verso l’interlocutore. La sua magrezza risulta ammorbidita da quella posa circolare, compatta in una distanza, che i gesti e le parole si sforzano di smentire.


 

È come se non avesse un corpo intero, ma potesse porgere, a piacimento, qualche parte di sé: un gomito, un ginocchio, quasi mai il piede; più spesso, il fianco aguzzo che s’intravvede aldisotto del vestito che le vola attorno alle gambe, tornite più di ogni altra parte del suo corpo. Cambia continuamente posizione, anche quando è seduta o distesa, come avesse fame di occupare ogni spazio. Fino dove arriva il suo sguardo. Dentro le persone che ama.

Ha voce di bambina, altalena di emozioni, dai toni acuti di quando in mezzo agli altri è eccitata agli echi bassi della tristezza che non vorrebbe mai confessare. “In questo periodo sto bene…ho superato…non è stato un buon periodo…meno male che ne sono fuori.”  Da sola e quando nessuno la vede, rimugina col pollice attaccato alla bocca, intenta a seguire un suo labirinto interiore, come se la vita quotidiana fosse piena di trappole per la sua volontà, restìa all’abbandono.

Sorride all’improvviso e all’improvviso si rabbuia, come nuvole di maggio passano sulla sua fronte i cattivi pensieri, di tanto in tanto pare che li scacci col gesto di tirarsi via una ciocca di capelli indisciplinati. “È tutto a posto?”, chiede spesso alle persone del suo mondo affettivo. Si vergogna di piangere e perciò aspetta l’occasione propizia: un funerale, uno sbuffo di fumo dal camino nelle giornate di vento, un moscerino quando d’estate siede con le amiche sulla riva del fiume. Ne è stizzita, però – e cerca di ridurre al minimo quantità e durata delle lacrime.

Tutto il contrario delle sue risate, che quando vengono sono replicate, ripete racconta e si ascolta raccontare finché non ha coinvolto nel divertimento tutti i presenti. Per vivere ha bisogno di un pubblico che continuamente si rinnova, sembra che alimentino il suo fuoco interiore, altrimenti si distruggerebbe con una sola fiammata. La vitalità che appare così luminosa a chi ne è privo lavora in modo contrario nel profondo del suo corpo. Dopo una giornata di contatti allegri e di risate la ritrovi affranta nell’angolo del camino, come se guardasse senza vederli i guizzi dell’ultimo tronco di cerro che brucia lentamente. Lei s’è consumata, come un ramo seccato dal vento, in fiamme alte, per convincere e conquistare ogni persona, qualunque fosse l’argomento: una pettinatura, uno stile un vestito l’amore la vita la morte. Un dispendio di energie che non ha mai requie, e che parte come uno scatto abitudinario e sempre nuovo, all’apparire di qualcuno nell’aura in cui sostava da sola.

Quando è lasciata a se stessa, il viso le cambia di colore, acquista un pallore che non assomiglia più alla madreperla, quasi svelasse un segreto della sua anima. Sotto gli occhi un fondo di fatica ha scavato due solchi ben visibili e sulle guance si disegnano le rughe. Due ai lati della bocca, e un contorno di piccoli raggi al centro degli zigomi: i sentieri della sua lotta fra ciò che sente nel profondo e quanto si permette di manifestare agli altri. È prigioniera di un’idea di sé. Guai a lasciarsi andare.

Distesa sul letto, la sera, rimugina senza stancarsi ogni attimo della giornata, soppesa confronta e si accusa. Uno scatto della testa, un cuscino alzato contro la testiera. Le mani nervose sull’ultima rivista illustrata. S’immerge nelle storie, come faceva sua madre; s’appassiona e le discute dentro se stessa. Prima di spegnere la luce, febbrili le passano davanti agli occhi immagini del giorno dopo. Cerca l’incontro, il cibo, il pensiero buono che la farà ricominciare.

© Nadia Tarantini – L’Amore Inquieto (inedito)

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Commenti: 14
  • #1

    milvia di michele (venerdì, 08 giugno 2012 09:32)

    In terza persona( ...per non "lasciarsi"o lasciarti andare?)disegni tua madre,adombrando la sua, e io ci scorgo anche un po' di te. Forse riuscirei a farle un ritratto, tanto la tua descrizione è ricca di particolari fisici che suggeriscono profondità. Grazie!

  • #2

    nadiatarantini (lunedì, 11 giugno 2012 15:23)

    Grazie Milvia per l'attenzione e la cura, no non è stato per non lasciarsi andare che ho usato la terza persona, in realtà nel romanzo in cui si trova questo brano io mi lascio andare parecchio, ci sono molti brani in prima persona e anche in seconda, in cui mi rivolgo direttamente a lei. In questo caso volevo proprio fare un ritratto, e prendere la giusta distanza perché, sia pur letteraria, la descrizione fosse veritiera come uan fotografia

  • #3

    loretta (sabato, 04 agosto 2012 10:20)

    è dolce e caro per me rivederla attraverso le tue bellissime parole

  • #4

    Filomena (mercoledì, 08 agosto 2012 16:28)

    Una madre 'ultima',decisa a non spegnersi. Pare sempre intenta ad un giocare infinito.Quasi fosse un pre-anticipare la morte. Da sempre.Bellissimo il ritratto,bellissima la figura.Bello anche l'occhio attentissimo di figlia che forse ha scandagliato ma solo in parte sciolto il mistero.Bacicari.

  • #5

    Bruno (venerdì, 19 ottobre 2012 22:08)

    Una scrittura sorprendente.
    Bruno

  • #6

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